È lecito doparsi?

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Tratto da Diogene N° 7

Il primo caso accertato di doping nello sport moderno risale al 1896, quando durante la gara ciclistica Parigi-Bourdeaux Arthur Linton fu stroncato da una crisi cardiaca per overdose di stimolanti, tuttavia si dovrà attendere il 1960 perché un gruppo di 20 nazioni europee si dichiari contrario all’uso di sostanze dopanti nello sport.

Questo provvedimento fu preso a seguito dello sconcertante episodio accaduto durante la gara dei 100 km a squadre nelle Olimpiadi di Roma, nella quale il ciclista danese Kurt Jensen fu stroncato da un collasso dovuto all’eccessiva somministrazione di anfetamina, mentre due altri suoi compagni di squadra furono ricoverati in fin di vita. Nello stesso anno il governo francese promulgò una legge che rese la pratica del doping illegale su tutto il territorio nazionale. Nel 1965 il Parlamento belga emanerà una legge analoga.

A partire da questo momento il tentativo di combattere le pratiche dopanti nello sport si accompagnerà, da un lato, al tentativo di darne una sempre più chiara e incontrovertibile definizione, dall’altro, ai paralleli tentativi di trovare nuove sostanze o nuovi metodi per aggirare i divieti.
In Italia, ad esempio, la legge più recente che regolamenta la materia è la n. 376 del 14 dicembre 2000, Disciplina della tutela sanitaria delle attività sportive e della lotta contro il doping. Il comma 2 dell’articolo 1 definisce doping     “la somministrazione o l’assunzione di farmaci o di sostanze biologicamente o farmacologicamente attive e l’adozione o la sottoposizione a pratiche mediche non giustificate da condizioni patologiche ed idonee a modificare le condizioni psicofisiche o biologiche dell’organismo al fine di alterare le prestazioni agonistiche degli atleti”.
Questa norma fu emanata alla luce della ratifica ai sensi della legge   n. 522 (1995) dei principi etici e dei valori educativi della Convenzione contro il doping, firmata a Strasburgo nel 1989 e che coniuga il rispetto e la tutela dell’integrità psicofisica degli atleti con la salvaguardia della regolarità delle gare.

Cibi dopanti
Da un lato la lotta al doping è condotta in nome della salute degli atleti, sebbene il concetto di fisiologico e quello di patologico non siano sempre immediatamente definibili, e rimandino a parametrizzazioni e scelte metodologiche non sempre univoche.
Dall’altro è condotta per cercare di rendere le gare regolari, ossia svolte tra atleti le cui possibilità di aggiudicarsi la vittoria non siano funzioni variabili della presenza di sostanze biologicamente o farmacologicamente attive nel loro organismo, sebbene anche il cibo possa essere inteso come un elemento biologicamente attivo nell’organismo e persino l’aria, tant’è vero che il comma 3 dell’articolo 2 della stessa legge prevede la necessità di una revisione e di un aggiornamento costante delle classi delle sostanze dopanti, stante l’impossibilità di una loro definizione ultima e definitiva (anche, come detto, per l’invenzione di pratiche e di prodotti sempre nuovi). Si consideri inoltre, come una vasta classe di farmaci diventino doping solamente se ne fa uso un’atleta che partecipa a una competizione sportiva: se questi venissero assunti da un altro soggetto, non competitore per intenderci, cesserebbe l’attribuzione al farmaco di ogni carattere dopante. Il carattere dopante di una serie di sostanze è quindi subordinata alla qualifica del soggetto che ne usufruisce e al contesto della loro assunzione, e non ad un reale pericolo per la salute della persona derivante dalla natura della sostanza: colui che ne fa uso, al contrario, ne trae un paradossale beneficio, essendo tali sostanze classificate legalmente come farmaci, ossia rimedi a uno stato patologico.

Più doping per tutti?
Un rimedio che tolga a determinate sostanze la qualifica di doping potrebbe essere, di conseguenza, quello di consentire a tutti gli atleti partecipanti a una competizione di assumere qualsiasi genere di prodotto farmacologicamente o biologicamente attivo. Se, infatti, il problema è lo squilibrio iniziale che il doping verrebbe a creare tra chi lo assume e chi no, le condizioni iniziali di equilibrio del gioco, presupposto fondamentale per ogni competizione, potrebbero essere provocatoriamente garantite dalla sua liberalizzazione totale. Se la finalità della competizione è la vittoria, questa è perseguita con ogni mezzo a disposizione dell’atleta: l’allenamento certo, sicuramente il perfezionamento tecnico, ma – da sempre – anche il ricorso a prodotti che possono supportare questi sforzi. Ecco allora il ricorso a una giusta ed equilibrata alimentazione, ma per quegli atleti che provengono da zone del pianeta afflitte da carestie, ad esempio, la possibilità di presentarsi in condizioni adeguate a una competizione sportiva verrebbe in tal senso inficiata; agli integratori energetici o a farmaci per il recupero dell’affaticamento, anche se si sa che per alcuni di questi, quali la creatina, non esiste univocità su quali dosi siano salubri e quali provochino nel lungo periodo danni all’atleta; a sostanze biologicamente o farmacologicamente attive che aiutino il miglioramento, appunto, delle prestazioni. Affinché si realizzi una competizione che abbia condizioni iniziali di equilibrio assoluto, a ciascun atleta dovrebbe essere garantito un eguale accesso alla fruizione di ciascuno di questi mezzi.

Vincere col trucco
Liberalizzare l’uso delle sostanze dopanti verrebbe quindi a eliminare uno dei fattori di disparità iniziale tra gli atleti; squilibrio reso ancor più grave dal fatto di essere prodotto in modo occulto, stante la non liceità della pratica. Detto altrimenti, poiché il doping non è lecito si è sempre cercato di aggirare la normativa vigente attraverso la ricerca di nuove sostanze attive, o l’uso di stratagemmi meccanici (finti peni con piccola sacchetta porta urina, da indossare durante i controlli) o di farmaci che impediscono il ritrovamento nelle stesse urine o nel sangue delle tracce residue delle sostanze considerate doping: il risultato è sempre e comunque quello di falsare le condizioni della gara in modo occulto.
Si potrebbe invece considerare le sostanze dopanti illecite non solamente per gli effetti che determinano sul normale svolgimento della competizione, ma soprattutto per gli effetti negativi che provocherebbero sulla salute degli atleti e qui, ovviamente, il discorso si fa più complesso e sottile.

Doping e self-ownership
Secondo la classificazione medica degli stati fisiologici e di quelli patologici, alcune sostanze vengono ritenute dannose in generale per l’organismo umano, nel breve o nel lungo periodo. Il divieto di assumere queste sostanze risiede nella necessità di tutelare il soggetto umano.
Tutelare significa letteralmente porre sotto tutela: ossia ritenere che su una questione il soggetto debba essere spogliato della sua capacità deliberativa riguardo a ciò che è bene o male per sè, per essere paternalisticamente guidato. La decisione è posta nelle mani – o meglio nella mente – di qualcun altro.

La proprietà del proprio corpo
Occorre allora chiedersi se un soggetto capace di intendere e di volere, che sia stato posto nelle condizioni di avere un’informazione completa e chiara sugli effetti di certe sostanze sul proprio organismo, possa essere spogliato di queste facoltà nel caso in cui scegliesse un comportamento che lo danneggi. Detto altrimenti: il soggetto umano è libero di scegliere per se stesso anche il proprio male? E’ libero di disporre di sé come vuole? Io, in sostanza, di chi sono?
Questo tema, come noto, lambisce quell’ambito di riflessione che è emerso in relazione ai crescenti problemi bioetici posti in essere dal progresso scientifico e rimanda, in prima istanza, al dibattito sviluppatosi a partire dagli anni Ottanta attorno alla proprietà di sé.
Questo concetto rimanda a quanto affermato da Locke nel paragrafo 27 del secondo dei “Due trattati sul governo”. “Ogni uomo dispone della proprietà di sé e nessuno ha il diritto di privarlo del suo uso in maniera non aggressiva – ovvero fino a che tale uso non rechi danno a un altra persona”.
Pertanto risulta moralmente lecito l’uso di sostanze dopanti: la disponibilità di sé e del proprio corpo è infatti totale, senza limitazione alcuna e senza preclusione per alcuna delle finalità che ciascun individuo decide, sempre che questo uso, ovviamente, non comporti conseguenze per altre persone.

Sostituire un corpo obsoleto
A questo punto, la questione non è se sia lecito o meno doparsi: da un punto di vista della morale individuale, infatti, ciascuno potrebbe disporre di sé come ritiene più opportuno, anche deliberando di procurarsi degli svantaggi (sempre finché questo non abbia ricadute che danneggino qualcun altro). Il problema è interrogarsi su come mai sempre più gli sportivi scelgano di doparsi, di fare uso di sostanze di un certo tipo.
Come Yehya ha mostrato in uno dei suoi ultimi saggi, questo ricorso esasperato alla pratica dopante, tale da trasformare le competizioni più che in gare tra atleti in gare tra ditte farmaceutiche, è il prodotto di una società – quella dell’emisfero boreale, occidentale e a industrializzazione avanzata – che non accetta più il limite del proprio corpo, che non accetta più le deficienze del proprio essere, e che cerca di oltrepassare con ogni mezzo i limiti naturali nel nome di un pressante culto della performance e della vittoria ad ogni costo. Vi è, detto nuovamente, una crescente insoddisfazione rispetto al corpo naturale e a alle sue caratteristiche originarie e costitutive: il corpo umano, dinnanzi alle istanze poste in essere dalle nuove tecnologie ed alle esigenze che queste ultime pongono anche a livello di rapporti economico-produttivi e dunque sociali, appare obsoleto e si è pertanto portati, spesso in maniera inconsapevole, a sostituirlo con “qualcosa di meglio”. Tutta la cultura popolare degli ultimi decenni, ma anche l’evoluzione contemporanea delle biotecnologie sono state caratterizzate dalla tendenza di fondo al rifiuto del corpo: al pari delle macchine che, nel momento in cui appaiono danneggiate o inefficaci, debbono essere rimpiazzate con modelli più recenti ed efficienti, va sviluppandosi un analogo atteggiamento anche nei confronti del corpo umano. “L’odio per il corpo costituisce una reazione prevedibile da parte di una società ossessionata sia dal consumo sia dalla perfezione fisica, una società che soffre perennemente di bulimia, anoressia e obesità” (Yehya). Sono alcune istanze di fondo del modello di sviluppo dell’attuale società che rendono l’uomo obsoleto.
Il doping è quindi metafora di una società intera e del suo modello di sviluppo: l’incremento costante e tendenzialmente infinito della produzione, mediante l’ottimizzazione dei suoi standard, nonché quello dei consumi, a sostegno del processo di circolazione delle merci  necessitano di un corpo diversamente efficiente. Necessitano di doping.

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