Abbuffarsi di merci
Scritto da Ubaldo Nicola
Tratto da Diogene N° 7
Il credito al consumo, cioè i debiti che gli italiani si sobbarcano per continuare a comprare, è arrivato al 7,2% del Pil e continua ad aumentare. E’ un fatto che consumiamo sempre più, anche quando non possiamo permettercelo.
Ma potremmo mai rinunciare ai nostri acquisti superflui diventati ormai essenziali? Ha ancora senso distinguere moralisticamente fra il superfluo e il necessario?
E che ne sarebbe della nostra identità, senza il superfluo? Ci raccontiamo attraverso le nostre cose: vestiti, arredi, oggetti formano il nostro gusto, il nostro stile, dicono chi siamo o chi vorremmo essere, ci presentano o ci tradiscono svelando ciò che vorremmo nascondere. E fa parte della nostra identità anche una lettura simbolica del mondo oggi strettamente connessa, lo si voglia o no, ai miti del consumo, ai “valori” mediati dalla pubblicità (persino riguardo alla pasta di semola).
Nella società contemporanea, però, la disponibilità degli oggetti è mediata dal mercato, da scambi economici che trasformano i beni in “merci”. E perchè il mercato funzioni, necessita che i consumi siano in continua espansione: da qui lo spettacolo seduttivo della merce per alimentarne incessantemente il ciclo. Da qui la creazione di nuovi sogni, nuovi bisogni, e quindi nuove merci per soddisfarli. Divenire ciò che vorremmo essere a modico (o caro) prezzo.
Quello che potremmo chiamare la “fenomenologia dello shopping” è allora qualcosa di molto più complesso ed eterogeneo di quanto potrebbe sembrare. Abbiamo a che fare sia con meccanismi impersonali, il mercato, sia con la creazione di un mondo incantato, la ribalta per le merci. Bisogna tener conto sia dei condizionamenti esterni che fanno leva sul nostro inconscio, sia dei significati personali che attribuiamo agli oggetti una volta comprati.
Gli articoli nella parte monografica, curata da Cesare Del Frate, forniscono qualche traccia del nostro intenso, sfaccettato ed ambivalente coinvolgimento con le merci. A partire dalla constatazione che desiderio e mancanza, sogno e mania, bisogno e compulsione (ovvero i termini che più si usano parlando di merci e di consumo), sono anche quelli usati da Platone per discutere la natura dell’amore. Altri, invece, spega Ugo Volli, sono di origine teologica: non si parla forse di oggetti di culto, idoli, feticci?
Lo shopping, quindi, come esperienza erotico-trascendente? La provocazione, si vedrà nel leggere gli articoli, trova più di un sostenitore. Francesca Rigotti fa notare interessanti relazioni fra le patologie alimentari (oggi come si sa in rapida espansione), e quelle del consumo: ad esempio fra bulimia e shopping compulsivo.
Per non parlare della cleptomania, che già a suo tempo un celebre psicanalista, Otto Fenichel, correlava, in definitiva, con le paure di castrazione. Oppure di quelle tendenza al collezzionismo che oggi, stando almeno alla varietà e assurdità dell’offerta nelle edicole, sembra diventata una nuova patologia sociale. Chi può dirsi più “amatore” di un collezionista? Certo non è come amare un essere umano, ma, volendo subblimare, una cosa vale l’altra, e la propria mania si può applicarla a collezionare “Taxi del mondo”, “Dei dell’antico Egitto” e “Statuette dei carabinieri in miniatura”.
Insomma, chi non è un po’ patologico, rispetto al comsumo, scagli la prima pietra. Chi non ha mai ceduto, ad esempio, al sottile piacere di rubacchiare qualcosa per il solo gusto di farlo? Una cosa tanto antica che già vi rifletteva sant’Agostino. E che fare poi? Vi sarebbe la soluzione di non comprare più nulla: a volte lo giuriamo, e c’è chi lo fa veramente e lo propone come nuova fede, in America naturalmente. Vi è quella, proposta alla fine del percorso, da Fulvio Carmagnola, di diventare consumatori educati e consapevoli, ossia di mettersi a giocare con le regole del valore e del mercato. Per chi poi alle proprie patologie proprio non vuole rinunciare, come ultima soluzione può continuare a leggere Diogene. Nel dossier dedicato al counseling, imparerà a conviverci con filosofia.
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Non che fosse la prima volta, nell'adolescenza avevo talvolta praticato l'arte della sottrazione, ma quel libretto mi infastidì un pò di tempo tarlandomi la mente fin che tornai alla libreria, acquistai lo stesso libricino, lo pagai regolarmente, e prima di uscire lo riposi nello scaffale saldando in tal modo il mio debito. Non ho ancora compreso, a distanza di anni, quali meccanismi mi abbiano agita nelle diverse fasi.
Cupidigia, senso di colpa, rigore, compensazione ? Non lo so. Comunque ho in corso l'abbonamento a Diogene ed ho richiesto tutti gli arretrati...giusto per non voler rinunciare alle mie patologie.