L' Italia catodica

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di Federico Boni


La TV offre al suo pubblico cerimonie ed eventi che forniscono alcuni degli elementi più importanti dell'identità nazionale. Questa costruzione catodica dell'identità avviene a più livelli: da una parte, già a partire dal consumo televisivo quotidiano si costruisce un senso di appartenenza collettiva; dall'altra, i contenuti della TV offrono storie, luoghi, elementi simbolici e rituali che, insieme, definiscono un'esperienza condivisa da individui pur lontani fra loro.
 

Il racconto della Nazione
Le piccole e grandi cerimonie dei media, inoltre, contribuiscono a rivitalizzare la memoria collettiva, mediante continue riproposizioni del "racconto della nazione". La sola presenza ambientale della televisione, unita ai contenuti veicolati, contribuisce alla creazione di un paesaggio in cui i cittadini/spettatori riconoscono oggetti e pratiche di uso quotidiano che li vedono coinvolti in una continua performance dove a venire messa in scena è la Nazione. E tutto questo - è bene sottolinearlo - avviene in maniera spesso inconsapevole, in mezzo alle numerosissime attività "date per scontate" che svolgiamo nella vita di tutti i giorni. Pratiche rituali, certo, e quindi anche narrative e linguistiche. Si pensi solo alle modalità con cui i programmi televisivi si rivolgono ai telespettatori: il nostro Paese, il nostro presidente del consiglio ecc.
 

L'"invenzione della tradizione"
Gli eventi mediali, ovvero le grandi cerimonie trasmesse dai mezzi di comunicazione di massa (si pensi all'apertura delle Olimpiadi di Torino, o alla finale dei Mondiali di calcio quando gioca la Nazionale italiana: chi non si sente italiano in quei momenti?) contribuiscono in maniera considerevole a quella "invenzione della tradizione" con cui gli Stati nazionali moderni si sono fabbricati una legittimazione nella "naturalità" delle radici tradizionali e mitiche. In Italia la televisione pubblica ha contribuito considerevolmente alla costruzione di un'identità comune, sia attraverso la trasmissione di cerimonie mediali in senso stretto, sia attraverso una strategia di palinsesto (rispondente a politiche più o meno consapevoli di "manifattura dell'identità").
Il palcoscenico televisivo italiano ha spesso rappresentato e messo in scena le tradizioni e la storia d'Italia, fino a confondersi con esse. Se con gli eventi mediali la storia italiana diviene un vero e proprio genere televisivo, con la normale programmazione quotidiana a flusso essa diviene la storia di una collettività che si identifica soprattutto per una comunanza mediatica.
 

Nazionalismo banale
L'identità nazionale, tuttavia, si rafforza anche con tutta un'altra serie di attività rituali, che hanno a che fare più con la sfera del quotidiano che con quella della grande occasione cerimoniale. Come tutti i riti, anche quelli della vita quotidiana hanno bisogno dei loro luoghi, delle loro performances e dei loro materiali liturgici, gli strumenti cerimoniali necessari per la celebrazione del rituale. Si tratta, in definitiva, di quello che lo psicologo Michael Billig definisce nazionalismo banale, e che comprende l'intero complesso di credenze, assunzioni, abitudini, rappresentazioni e pratiche con le quali riproduciamo quotidianamente - con maggiore o minore consapevolezza - la nostra identità nazionale.
 

Le icone dei luoghi
Per quanto riguarda la dimensione spaziale, è sufficiente considerare come la TV trasmetta continuamente immagini del nostro Paese, vere e proprie icone dell'identità nazionale. I telegiornali ci mostrano tutti i giorni i luoghi del potere, sia del nostro Paese (il Quirinale, Montecitorio, Palazzo Chigi, ecc.) sia dei paesi culturalmente (se non geograficamente) più vicini a noi: il Campidoglio di Washington, il Palazzo del Parlamento di Londra, e così via. Ma non sono solamente i luoghi del potere a venire mostrati e raccontati: i documentari ci permettono di visitare i monumenti più importanti, i siti turistici più frequentati e quelli "da scoprire", nonché i luoghi a noi più familiari.
Oppure, si pensi alle situazioni in cui la TV procede ad una vera e propria "mappatura" dell'estensione del nostro Paese e dei suoi confini: è il caso di eventi sportivi come il Giro d'Italia, ma anche di trasmissioni talvolta itineranti che ripropongono una poetica che potremmo definire "neo-neorealista". Alcuni anni fa il programma meridiano di Rai Uno, Piacere Rai Uno, andava in onda ogni giorno da una città italiana differente, quasi a voler rinsaldare il rapporto tra la televisione pubblica italiana (e della sua rete ammiraglia) con il tessuto geografico e sociale del nostro Paese. Anche trasmissioni musicali come il Karaoke, che andava in onda qualche anno fa, o Festivalbar situano ogni puntata in una differente piazza delle nostre città.
 

Oggetti simbolo
E poi, gli oggetti: i vestiti, il cibo, le auto, e tutta la pletora di beni di consumo che ci circondano e che definiscono non solo la nostra identità individuale ma anche la nostra identità sociale, per arrivare a quella nazionale; tutta questa cultura materiale costituisce gli strumenti con cui celebriamo i nostri riti quotidiani. Alcuni programmi televisivi si fondano proprio su questa capacità semiotica degli oggetti di produrre e riprodurre l'identità nazionale di un Paese. Un programma come Anima mia, trasmesso da Rai Due non più di qualche anno fa, consisteva in una selezione di tutti gli aspetti materiali degli anni Settanta in Italia, dal Ciao della Piaggio ai 45 giri con le canzoni di Baglioni.
 

L'Italia immaginata
Sono le attività di tutti i giorni che ci danno la sensazione di condividere una serie di competenze con coloro che condividono il nostro stesso spazio simbolico: è anche in questo modo, del resto, che le comunità vengono immaginate, come direbbe lo storico Benedict Anderson. Relativamente a questo aspetto, forse l'ambito dove ci appare più chiaro il legame tra la televisione e un senso di appartenenza alla comunità immaginata italiana è quello che riguarda il rapporto tra tempi sociali e tempi televisivi: la scansione temporale giornaliera, settimanale, mensile, stagionale e annuale dei palinsesti e del broadcasting in generale costituisce una "ordinarietà" che accompagna e scandisce i ritmi e i riti quotidiani. La televisione costituisce uno strumento di regolazione narrativa e temporale della nostra esperienza, grazie al quale gli individui la cui vita si svolge in contesti locali si sentono parte di una comunità nazionale, dalle esperienze e dalle routine condivise. È come se la televisione interiorizzasse il pubblico nazionale nella vita privata dei suoi cittadini, creando molti dei momenti quotidiani della comunione nazionale.
E, poiché ci rendiamo conto di questi aspetti normalmente "dati per scontati" solo quando le nostre aspettative di questa "apparente normalità" vengono disattese, basta pensare alla seccatura che proviamo in quanto spettatori quando siamo costretti a seguire eventi importanti (per lo più sportivi, ma questo vale anche per altri eventi, come la premiazione degli Oscar) che si svolgono in paesi che si trovano in un altro fuso orario, per cui la diretta ce li mostra in orari "irrituali".
 

L'Italia quotidiana
L'"Italia catodica", insomma, è un'Italia che viene prodotta e riprodotta sia nelle speciali occasioni in cui i grandi rituali celebrano il nostro Paese (le Olimpiadi, i campionati mondiali di calcio, ma anche i funerali di personalità importanti, come nel caso recente di Pavarotti) sia nelle normali e ordinarie situazioni della vita quotidiana, in cui noi telespettatori celebriamo abitualmente cerimonie e rituali "minori", che concorrono a riproporre un senso di appartenenza identitaria alla "comunità immaginata" nazionale: la televisione, infatti, ci mostra tutti i giorni i luoghi, gli oggetti e i riti che rappresentano e definiscono la nostra identità nazionale nella sua quotidianità, e quindi - forse - nel luogo più essenziale per la sua riproduzione.

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