La filosofia del dottor House

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House è un personaggio complesso, non conforme ai canoni dell’eroe. Ricorda la figura del genio burbero o del genio sregolato. È possibile individuare personaggi della tradizione letteraria a cui lo si possa rimandare?
House richiama certamente i classici della detective story: Auguste Dupin di Poe, Sherlock Holmes di Conan Doyle. Le analogie tra la pratica diagnostica e le strategie dei detective sono numerose: basti pensare che Conan Doyle, per dar forma al suo personaggio, si è ispirato proprio a un medico. Tuttavia, la peculiarità di House è data dal rapporto diretto con l’etica che l’ambientazione medica favorisce: la ricerca della soluzione dell’enigma, che da un punto di vista filosofico coinvolge logica ed epistemologia, non può essere separata dalla filosofia pratica. Con tutte le conseguenze, anche rischiose, che il confronto diretto tra questi ambienti comporta. Le decisioni di House sono in questo modo caricate di un peso drammatico particolare ed emerge così una delle note che contribuiscono a spiegare il fascino di una figura di questo tipo: la responsabilità che House si assume per ogni sua scelta è una responsabilità eroica, paradossale; come afferma House stesso non conta se non si poteva fare altrimenti, si è lo stesso responsabili.

In che senso la responsabilità può diventare un paradosso?
È Jacques Derrida ad aver enunciato questo paradosso: l’etica ci obbliga a rispondere a tutti nello stesso modo, ma poiché, in quanto esseri finiti, non possiamo rispondere a tutti quelli cui dovremmo rispondere, in ogni decisione sacrifichiamo sempre tutti gli altri e, in un certo senso, l’etica stessa. Il che significa che mentre rispondiamo all’uno siamo anche sempre profondamente irresponsabili nei confronti di tutti gli altri. Ecco il paradosso di una responsabilità strutturalmente e necessariamente irresponsabile.

Il problema dell’etica medica è scottante. Come lo affronta il dottor House?

Il dottor House rappresenta la figura di un medico eccentrico e geniale, che riesce a risolvere casi impossibili per chiunque altro, ma è al contempo un misantropo incurante della maggior parte delle regole della morale e della convivenza civile. Tale combinazione di caratteristiche è spesso implicitamente accompagnata dall’assunzione che le azioni scorrette, quando non immorali, che House compie sono giustificate dal suo fine di arrivare a una diagnosi corretta che consenta di guarire il paziente. Questo produce l’effetto di indurre a ritenere che il suo comportamento sia davvero, tutto considerato, e a dispetto di una apparente immoralità, la cosa giusta da fare, l’unico che può risolvere un caso impossibile.
Sembra, in altre parole, che la sua mancanza di rispetto per gli altri e la sua sistematica violazione delle norme dell’etica più comunemente accettate siano funzionali al raggiungimento della verità, fine che, nel caso di un medico che cerca di scoprire come salvare la vita del proprio paziente, sarebbe in qualche modo giustificato da un punto di vista etico. In quanto medico, House non viene presentato di certo come un esempio di deontologia professionale, né potrebbe essere considerato un modello di diagnosta per casi standard. La sua specialità sono infatti puzzle la cui soluzione sembra sempre richiedere scelte rischiose e dal costo morale elevato, mentre degli altri casi si rifiuta di occuparsi. L’aspetto più interessante, per quanto riguarda il modo in cui House prende le sue decisioni, è il fatto che la sua condotta, pur non essendo giustificabile sulla base di un insieme coerente di princìpi, né in termini deontologici né in termini consequenzialistici, sembra comunque esprimere alcune caratteristiche rilevanti dal punto di vista dell’etica.
Se è vero infatti che House è sempre pronto a violare le regole, questo dipende in parte dalla sua attitudine a interrogarsi su questioni etiche genuinamente problematiche e, pur di risolverle e fare l’interesse dei pazienti, a mettere in discussione qualunque principio. Inoltre, i criteri con cui House attribuisce a se stesso e agli altri una responsabilità morale finiscono per dimostrarsi spesso molto più esigenti di quanto non lo siano quelli di molte teorie etiche. Per questo, il personaggio di House, più che per suggerire una vera e propria etica dell’operare medico, sembra essere utile per mettere alla prova le nostre intuizioni su cosa è giusto e cosa è sbagliato.

A partire dalle diagnosi del dottor House sviluppate una riflessione sulla verità e sulla conoscenza. In quali termini?
I due concetti di verità e conoscenza sono, anche a livello intuitivo, strettamente correlati tra loro: come potremmo conoscere o sapere qualcosa di falso? Se ciò che House crede dovesse essere falso, infatti, non si potrebbe certo parlare di conoscenza. Già Platone aveva però notato come la verità non basti ai fini della conoscenza, perché una proposizione vera potrebbe essere creduta tale per mero accidente. E in questo caso molti sarebbero restii a parlare ancora di conoscenza. Ciò che serve, allora, è qualcosa che assicuri la verità delle credenze, cioè una loro giustificazione. La verità è generalmente considerata essere indipendente rispetto alla giustificazione, ma talvolta sembra che per House non sia affatto così. Accade infatti che egli sia talmente sicuro delle proprie teorie da pensare la verità nei termini di mera coerenza interna a una teoria. In tal modo, ci si sbarazzerebbe della nozione di verità così come è tradizionalmente concepita. Ma così facendo ci si sbarazzerebbe anche del concetto stesso di conoscenza. In realtà, nonostante estemporanee esitazioni, House è perfettamente consapevole dell’importanza del concetto di verità e ne è costantemente alla ricerca.

Come può un medico praticare l’anarchismo metodologico?

Uno degli aspetti più interessanti dell’agire di House è la sua costante ricerca di una giustificazione che sia oggettivamente (o meglio intersoggettivamente) valida. È vero che a volte egli sembra credere di poter fare a meno della giustificazione tout court, come quando dice: “I pazienti pretendono sempre delle prove, ma qui non siamo in una fabbrica di automobili, non rilasciamo garanzie”. In realtà, però, House è perfettamente consapevole dell’importanza, ai fini della conoscenza, di avere una giustificazione oggettiva.
In effetti, egli non si può accontentare di giustificazioni meramente soggettive, poiché in tal caso esse sarebbero efficaci tanto quanto affermare: “Perché mi fa male la gamba”. Il vero problema di House, tuttavia, è che spesso una possibile giustificazione risulta evidente solo per lui. Tenendo presenti queste considerazioni, risulta chiaro il motivo che lo spinge a cercare di condividere con la propria équipe le evidenze che gli hanno permesso di formulare una certa diagnosi. Ed è ancora su questo sfondo che si può comprendere al meglio il suo anarchismo metodologico. Il motivo che spinge House fino al punto di creare artificialmente un sintomo che non c’era si può ricercare proprio nell’esigenza di trovare una giustificazione che sia oggettiva, e pertanto accettabile anche dagli altri medici. In realtà, dal punto di vista logico-epistemologico, non si può certo parlare di vero anarchismo. In effetti, non si può affermare che House trasgredisca le regole del metodo scientifico e del ragionamento, piuttosto che le segua fino in fondo, spingendole fino al loro limite.

Come può il dottor House sorprendere per l’arditezza delle ipotesi e nello stesso tempo convincere della propria infallibilità?

Una deduzione, cioè la giustificazione delle nostre affermazioni attraverso un ragionamento corretto, non è certo un tipo di argomento sorprendente. Essa procede esplicitando quelle relazioni tra enunciati che valgono in virtù del significato di parole particolari, i cosiddetti connettivi logici, parole come “e”, “o”, “se, allora”; dato che il loro significato è accessibile a tutti quelli che conoscono una certa lingua, una deduzione, in questo senso tecnico, non dovrebbe sorprendere, piuttosto dovrebbe convincere, una volta ricondotti i passi del ragionamento al significato dei connettivi.
Perché un ragionamento possa sorprendere, occorre andare oltre il significato delle parole e l’inferenza che consente di farlo è l’abduzione di Peirce. Brevemente, essa è un ragionamento che produce come conclusione una spiegazione per un evento che si considera inspiegato. C’è una differenza fondamentale tra deduzione e abduzione: la prima è sempre affidabile, le sue conclusioni sono certe e per questo le deduzioni producono un certo effetto di infallibilità. La seconda no: poiché il solo significato delle parole non garantisce la correttezza della conclusione dell’abduzione, cioè dell’ipotesi introdotta, si ha qui una possibilità di errore. Comunque, proprio in quanto legata all’incertezza, l’abduzione può produrre qualcosa di inaspettato e di sorprendente, qualcosa che non sapevamo prima. L’abduzione mette in gioco un’ipotesi, mentre la deduzione controlla che l’ipotesi introdotta sia coerente con l’informazione che avevamo già a disposizione. Il gioco delle deduzioni e delle abduzioni mostra come sorpresa e infallibilità possano essere legate, almeno nella pratica argomentativa utilizzata all’interno di una narrazione.

Etica e follia: due concetti eterogenei. Eppure citate due filosofi, Derrida e Kierkegaard, che li fanno coincidere.
In realtà etica e follia sembrano essere in contraddizione solo se si ha un’idea ristretta di razionalità che non tiene conto della complessità del soggetto e del fatto che il soggetto (supposto razionale) è già da sempre soggetto a forze che non controlla. Se con follia si intende ciò che eccede la ragione calcolante, ebbene non solo una certa follia è indispensabile al pensiero, ma anche a qualsiasi decisione etica degna di questo nome che non può ridursi, semplicemente, all’applicazione di una regola o a un certo calcolo. In questo senso Kierkegaard diceva che l’attimo della decisione è una follia: occorre decidere nella notte del non-sapere, al di là di ogni calcolo possibile, senza poter mai rendere conto fino in fondo della propria decisione. Decidere, come ci mostra House, è esporsi al folle rischio del peggio come sola possibilità di giustizia, che nel caso di House è la salvezza del proprio paziente.

Blitris, La filosofia del Dr. House,
Ponte delle Grazie, Milano, 2007.

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