L’etica dell’ozio

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Tratto da Diogene N° 15
 
Contro la nevrosi del lavoro, l’urgenza di ignorare l’urgenza.
 
Sognanti e languide, le oziose demoiselles ritratte da Courbet diedero scandalo nella Parigi della rivoluzione borghese-industriale: le donne per bene non dovrebbero esporsi così allo sguardo e al giudizio dei passanti. Il pittore aveva già ironizzato sullo stile di vita dei ceti alti in Le bagnanti, tanto da attirarsi le ire di Napoleone III: la leggenda vuole che l’imperatore abbia pubblicamente preso a frustate il quadro al Salone del 1853.
Courbet era l’araldo del realismo, corrente d’avanguardia che si proponeva di ritrarre la crudezza del mondo, a partire dai vizi di quella borghesia che aveva ormai conquistato la Francia: ed infatti il pittore era animato da forti passioni politiche riformiste e socialiste. Cosa c’è di più realistico, e al contempo di più emblematico, di una pennichella in riva alla Senna?
I borghesi messi sotto accusa avrebbero ribattuto che l’ozio, in realtà, è il flagello degli operai, fannulloni indisciplinati che passano tutto il tempo libero a bere birra e gozzovigliare. Ed infatti niente vacanze per i lavoratori, altrimenti si sarebbero lasciati andare a chissà quali degradazioni morali. Insomma, in epoca moderna il vizio dell’ozio perde il suo carattere religioso per divenire crimine contro l’etica del lavoro. Bisogna lavorare! Bisogna produrre! Non chiederti perché, lavora e basta, che ti nobilita!
Eppure qualcuno il perché se lo chiede, ovviamente filosofi che di faticare non ne hanno voglia. La ricchezza e la tecnologia della nostra società ci consentirebbero di vivere agiatamente anche lavorando solo poche ore al giorno. Teoricamente. Di fatto siamo dominati da un imperativo a produrre sempre e comunque, cioè ben oltre ciò che sarebbe individualmente o collettivamente necessario. Tolte otto ore di sonno e otto in ufficio, rimane ben poco, giusto il tempo di lavarsi, prendere il treno del pendolare, mangiare e guardare un po’ di Tv.
Ciò che dal lavoro esula, famiglia, amici, hobbies, piaceri, viene tutto compresso nel week end: due giorni (o addirittura uno) su sette per noi, gli altri per la produzione!
Per gli antichi romani l’otium, opposto al negotium, aveva un ruolo molto importante, dedicato alla riflessione e alla cura del corpo e dell’anima. Non non fare nulla, ma fare per sé invece che per il denaro. Oggi l’ozio viene riscoperto come terapia della nevrosi da lavoro: lavorare con calma e per bene, come un artigiano, trovare più tempo per coltivare le amicizie e gli interessi, apprezzare tutte quelle cose apparentemente “inutili”, perché non immediatamente traducibili in moneta, che fanno la qualità della vita. Cosa c’è di più urgente di ignorare l’urgenza, di abbandonare la frenesia e l’ansia a favore della lentezza e della riflessione? Abbiamo forse bisogno di una nuova etica oziosa?
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Commenti (6)
forse ora certi sogni costano troppo
1 Martedì 09 Giugno 2009 12:57
Alessandro
in italia come in europa tira un aria ben diversa: vedi l'allungamento dell'orario di lavoro settimanale che passa da 48 a 60 ore. questo link è abbastanza esplicativo sulla materia. http://www.chainworkers.org/node/561 Eppure si era sentito parlare di Europa come centro di eccellenza della cultura, del terziario avanzato, e dei diritti e del benessere. Mi sembra stiamo prendendo un altra direzione, o sbaglio? Sarà colpa della crisi: forse ora certi sogni costano troppo.
stralavorare
2 Venerdì 12 Giugno 2009 14:39
Cesare Del Frate
Alessandro, hai proprio ragione, e le tue ragioni sono ben argomentate e documentate nel sito a cui ci rimandi. Io credo che l'Europa si stia effettivamente avviando a diventare centro di eccellenza della cultura e del terziario avanzato, come d'altronde proclama nelle sue linee guida ufficiali. Il problema è che tutta questa eccellenza può andare di pari passo, e di fatto ci va!, con la precarizzazione del lavoro, l'indebolimento dei diritti, persino l'allungamento della giornata lavorativa. Così assistiamo alla formazione di una ristretta elite di "lavoratori eccellenti", affiancati da sempre più larghe schiere di precari, di lavoratori in nero, di working poors. Cose raccontate e spiegate, con dovizia di particolari, dal bel saggio di Saskia Sassen "Sociologia della globalizzazione". In Italia il pensiero corre subito a San Precario. Un modo diverso di pensare il mercato del lavoro è proposto da un consigliere di Obama, Richard Sennett, che fra l'altro è anche lo sposo di Saskia Sassen, in "L'uomo artigiano": in futuro mi piacerebbe che Diogene trattasse proprio il tema dell'etica dell'artigiano. Un discorso apparentemente contrario all'etica dell'ozio, ma in realtà complementare.
Produrre, produrre e ancora produrre!
3 Sabato 13 Giugno 2009 16:47
Veronica
Nonostante l'ideale romano dell'otium sia estremamente affascinante e ricco di spunti di riflessione, non credo sia più applicabile alla società frenetica, compulsiva, utilitaristica di oggi. Il mondo borghese ha ridotto il lavoratore a misero e piccolo ingranaggio di una possente macchina produttiva che è appunto la società. Ogni cosa è monetizzabile e il lavoro libero e creativo è prergativa di pochi ricchi fortunati che possono dedicarsi alle loro passioni senza doversi preoccupare del denaro. Forse è sempre stato così (pensiamo al povero artigiano romano, rilegato a produrre vasi in grandi o piccole botteghe) ma certamente il capitalismo e la società del benessere hanno accentuato questo aspetto. A discapito della cultura e della riflessione...
diogene, un bottaio fannullone
4 Venerdì 19 Giugno 2009 11:15
enrico
Tanti anni fa mi ero appassionato al pensiero dell'autonomia del soggetto antagonista perché uno dei suoi temi portanti era il rifiuto etico del lavoro. Bisogna riprendere in mano la distinzione marxiana tra Arbeit e Taetigkeit, far valere l'attività libera, gioiosa e gratificante contro il lavoro comandato. Anche suo cognato aveva scritto un bel libercolo ad elogio dell'ozio. Che sottoscrivo senz'altro.
ciao
enrico
Otium: tempo e informazione
5 Venerdì 19 Giugno 2009 11:23
Iolanda
La questione dell'etica dell'ozio rimanda ad un'altra riflessione importante: il tempo a nostra disposizione, perchè presupposto dell'otium è necessariamente il tempo.
Viviamo in una società che ci priva del nostro tempo, che fa di tutto per convincerci che il tempo libero, da dedicare a se stessi, è un inutile cestino vuoto a discapito del tempo utilizzato sul lavoro che ci porta invece ricchezza, accelerazione di vita, benessere, gratificazione sociale (più ore lavori, più vali!) innescando un letale senso di colpa inconscio che ti fa sentire fallito se non sei sempre impegnato sul lavoro.
Questo "toglierci" tempo a favore di un presunto e più alto benessere materiale, distrae il nostro viver quotidiano non solo dagli affetti, ma anche dall'informazione reale su ciò che ci circonda. La maggior parte della gente infatti percepisce solo notizie superficiali dai mass-media senza avere tempo di approfondire e capire ciò che sta accadendo nel mondo. A chi giova dunque questo stato di cose?
Risvegliamoci con l'otium-theraphy!
Forme di vita in lotta
6 Giovedì 13 Agosto 2009 20:52
Cosimo
Per riappropriarci del tempo dell'ozio,del tempo della vita(da non confondere col tempo libero, anch'esso ormai alienato e diventato tempo di lavoro)bisognerebbe lottare, e sperimentare insieme un nuovo modo di stare al mondo , delle nuove Forme-di-vita. Diversi compagni lo stanno facendo a Milano, a Torino, a Genova nascondo sempre di più negli ultimi mesi comuni, squatt, case occupate. Senza contare gli esperimenti di vita collettiva nella campagna ligure(Cafavale..)in toscana(gli elfi, granara, Campanara)e in puglia(Urupia). Dovremmo trovarci, iniziare a discutere e a vivere e a gioire finalmente. Mai seperare la rivoluzione dalla gioia.Per chi di voi volesse fare una chicchierata in proposito lascio la mail subcomandante-marcos@hotmail.it

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