La c'è una sedia
Scritto da Francesca Rigotti
Tratto da Diogene n°6
Che cosa la sedia pensa tra sé e sé

Quando frequentavo da studentessa le lezioni della Facoltà di Filosofia, all'Università Statale di Milano nei primi anni '70 dello scorso secolo – quanto tempo è trascorso da allora - ricordo che i professori, allorché volevano definire la realtà, la solidità, la verità del mondo e delle cose, indicavano in primo luogo il posacenere che immancabilmente troneggiava sulla cattedra. Era un'epoca assurda quella, in cui docenti, studenti e bidelli, tutti allegramente fumavano, nelle aule e nei corridoi, senza alcun rispetto per i non fumatori, e tutti, proprio come gli uomini di Brecht che seduti sui rami dell'albero li segavano e «si scambiavano a gran voce le loro esperienze di come segare più in fretta», continuavano a segare e a fumare.
Il posacenere era l'oggetto che noi studenti, dai banchi disposti ad anfiteatro, potevamo vedere: duro, pesante, di metallo o di vetro, esso veniva invocato nelle parole del docente a rappresentare la realtà, la cosa, questa cosa, qui e ora. Questa cosa che è sempre questa e non altra – come scriveva Heidegger – la cosa che «in quanto cosa ha il suo luogo, il suo punto nel tempo». Altri esempi privilegiati di realtà «dura», singola, determinata, facilmente disponibili lì nell'aula universitaria, erano il gesso e la lavagna, la porta, il banco o la sedia.
Si, la sedia. «Là c'è una sedia» -scriveva Wittgenstein nelle Ricerche Filosofiche (60). Là c'è la sedia/realtà composta da parti costitutive semplici: «diciamo che la spalliera è una parte della sedia» (59). La sedia è simile all'uomo? Pensa, la sedia? Certo, risponde Wittgenstein, «la sedia pensa tra sé e sé...» (361). Parla la sedia? Dove parla? E qual è la differenza «tra il parlare tra sé e sé proprio di questa sedia e quello proprio di un'altra, che si trova lì accanto?» (361). E poi, parla e pensa perché è simile all'uomo, la sedia? Storicamente, si è detto che le cose parlano in due modi: da una parte sono idoli, falsi dèi fatti d'oro, di bronzo o di pietra, che pronunciano oracoli portentosi per i devoti che li interrogano - non è però il caso della nostra sedia, la quale pure occupa una posizione centrale, da protagonista, non come la scopa, persino la scopa di Wittgenstein, che sta sempre nell'angolo («la scopa sta nell'angolo», 60). Dall'altra parte le cose parlano per autoevidenza: res ipsa loquitur, la cosa parla da sé.
Ciò che dice non è né completamente arbitrario e nemmeno interamente assegnato a priori: il linguaggio delle cose deriva da certe proprietà delle cose stesse, che si adattano agli scopi culturali per i quali esse esistono. Lo specchio del precedente numero di Diogene, ad esempio, per rispecchiare e riflettere. La sedia, qui e ora, per far posare il corpo, busto eretto e gambe piegate, su un piano di sostegno. Ci spiega che cosa essa stessa è, la sedia, ci parla della sua ousía, della sua essenza, dice Aristotele nella Metafisica, cosicché quando vediamo una qualsiasi sedia siamo in grado di riconoscerla, platonicamente, e di affermare: quella è una sedia, e non una panca o uno sgabello.La sedia pensa e parla, e seguendo la logica arcana dell'elementare ci racconta l'idea di sedia – come scrive Schopenhauer dichiarandosi d'accordo col Platone della Repubblica e del Parmenide.
Ma per essere e rimanere tale la sedia non va considerata sostituibile, e sconsideratamente sostituita, per ipotesi, col letto o la tavola. Se parlo della sedia e se la sedia parla di sé, è importante che essa rimanga quella cosa, e possa esprimere i caratteri essenziali e costanti della sua realtà e cosità, e possa coseggiare a modo suo, rispettivamente, in quanto sedia, heideggerianamente, coseggiando.
Approfondire:
L. Wittgenstein, Ricerche filosofiche, Torino, Einaudi, 1967L. Daston (a cura di), Things that Talk. Object Lessons from Art and Science, New York, Zone Books, 2004.
Aristotele, Metafisica, Roma-Bari, Laterza, 1997M. Heidegger, La cosa, in Conferenze di Brema e di Friburgo, Milano, Adelphi, 2002.
| < Prec. |
|---|















Ma davvero la sedia resta se stessa? Vi è là davvero una cosa che resta se stessa per tutto il tempo in cui la osservo?
O non è forse vero che mai essa rimane identica a se stessa, nemmeno in un intervallo di tempo infinitesimo?
Per il mio agire essa “deve” restare se stessa, così che possa usarla, almeno fino a quando servirà.
Se però è la verità ciò che desidero... ebbene, le cose che abitano il presente e transitano con me nel tempo sono solo il frutto di una semplificazione.
Una semplificazione senz’altro utile, indispensabile per vivere, ma che non è la verità.