La politica come carità

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Il più giovane sindaco di un capoluogo, Alessandro Cattaneo rappresenta quella nuova generazione di politici che cercano di rinnovare i partiti dall’interno. Negli anni della crisi della rappresentanza, come cambia la politica in un’Italia in costante mutamento?
 
Alessandro Cattaneo.
Sindaco di Pavia.
 
Intervista di Cesare Del Frate.
 
Trent’anni, ingegnere, Alessandro Cattaneo, PDL, rivendica il pragmatismo del suo modo di amministrare la città di cui è sindaco, Pavia, e si richiama a valori forti, definendo la politica una forma di carità, in senso cristiano, e d’amore. Vincendo con un’ampia maggioranza le amministrative di giugno 2009, ha inaugurato un nuovo corso a Pavia, prima di lui roccaforte lombarda del centrosinistra.
Nella politica italiana degli ultimi quindici anni c’è stato uno scarso ricambio ai vertici, sia a destra che a sinistra i leader sono per lo più gli stessi che sono ascesi con la crisi della cosiddetta prima repubblica. C’è però anche una nuova generazione che, a differenza della precedente, non proviene da esperienze di partito pregresse perché ha iniziato la sua carriera già all’interno di Forza Italia o del PDL. Ciò comporta un diverso modo di fare politica?

Senz’altro si. Il grande ricambio è avvenuto con Mani Pulite, da allora però le figure sono più o meno quelle. In questi anni la cosa curiosa è stata che i partiti si sono evoluti, hanno fortemente cercato di rinnovarsi: pensiamo alle ultime elezioni europee, dove la formazione con il simbolo più vecchio era la Lega. Al contempo, questo rinnovamento non è stato accompagnato da un avvicendamento ai vertici. Ultimamente ha iniziato a crescere quella generazione che i politici della prima repubblica non ha mai nemmeno avuto la possibilità di votarli, persone come me: la prima volta che ho votato non esistevano già più il Partito socialista o la Democrazia Cristiana, c’erano la Lega, Forza Italia, i DS.
Da politico attivo devo dire che un pò si avverte uno scarto generazionale: è qualcosa di fisiologico, non c’è nulla di male. Quando mi confronto con persone di maggiore esperienza loro ricordano sempre i tempi in cui c’era la scuola di partito, in cui c’era un’organizzazione più presente e forse rigida, mentre oggi tutto ciò è venuto meno, soprattutto all’interno del PDL. Non sto esprimendo un giudizio, né ho nostalgia del passato, mi limito a constatare un mutamento.
In un contesto più destrutturato i punti di riferimento spesso sono le persone, invece delle ideologie, e ciò può essere positivo, nella misura in cui ti fa vedere la vita politica in modo meno pregiudizievole e più legato al concreto operare di un individuo.

Qual è il politico del passato, e quello del presente, a cui si ispira?
Sarkozy mi piace, apprezzo il suo essere concreto e decisionista, il dare sempre il primato all’azione di governo più che alle logiche di partito. Un politico deve sempre pensare che la sua finalità non è la politica ma il cittadino, eppure a volte, nel nostro mondo, si rischia di essere assorbiti da dinamiche per cui il mezzo diviene fine in se stesso, cioè l’affermarsi nel tempo, il prevalere su altre correnti o persone, interne o esterne. Sarkozy dà invece una lezione di leadership che riesce ad andare oltre, perché ha l’autorità e il carisma per riuscire a imporsi al di là di queste logiche.
C’è un altro politico che fornisce un esempio positivo, Sandro Pertini, uomo che incarnava un socialismo corretto e sano, uno di quei personaggi che ha sempre ispirato affetto e ammiriazione, forse perché aveva una sensibilità e un approccio da persona comune. Cioè l’inclinazione a occuparsi del cittadino in modo diretto, semplice, concreto.

Nel suo discorso d’insediamento ha citato Paolo VI e la sua definizione della politica come carità.

Ci credo veramente, perché la carità è un dedicarsi agli altri con amore. Dedicarsi agli altri: è l’unico modo in cui vivo l’amministrare la città, è come un’azione di servizio nei confronti della mia comunità. Farlo con amore, poi, conferisce un valore aggiunto, perché ti fa operare con un trasporto diverso, sentendo meno la fatica, con tenacia e orientamento all’obbiettivo. L’importanza della carità deriva dalla necessità, per la politica, di occuparsi della propria comunità mettendo al centro la persona e il cittadino.
Un’altra citazione a me cara è di S. Agostino, quando sostiene che quando uno ama, ama anche la fatica dell’amare stesso. Cioè se ami qualcosa o qualcuno, in questo caso la città da amministrare, ami pure la fatica necessaria a compiere il tuo dovere.
 
La destra ha diverse anime. In Europa prevale quella liberale e individualista, in Italia la situazione è più complessa.
Il contesto italiano è un’anomalia in Europa, la nostra destra è meno individualista e liberale. Comunque non c’è un aut aut che ci imponga di scegliere tra l’una o l’altra impostazione. Ad esempio, troviamo un anello di congiunzione nel modello lombardo, soprattutto nella pratica della sussidiarietà, che negli anni sta diventando anche un modello di governo.
Forse è la sintesi dei due aspetti: liberalismo perché sussidiarietà è fiducia nell’iniziativa privata, persino del singolo, e da questa apertura di credito ne può avere un beneficio l’intera comunità. Al contempo, sussidiarietà significa centralità della persona, valore proveniente da un credo interiore ispirato ai principi cattolici e cristiani. Io sono anche un sostenitore della laicità dello stato, però quello che non mi piace è pensare che debba esserci un conflitto fra la laicità dello stato e l’ispirarsi di taluni politici ai valori cattolici.

Il sociologo inglese Colin Crouch sostiene che ormai, nelle società occidentali, viviamo in una post−democrazia, vale a dire in regimi in cui la politica non ha più come referenti i cittadini bensì gruppi d’interesse. La cronaca estera ci ha offerto numerosi casi di scandali derivanti dall’intreccio fra potere politico ed economico, soprattutto negli ultimi anni. Anche in Italia c’è il rischio che interessi economici particolari prevalgano su quelli della comunità. Lei ritiene che l’analisi di Crouch offra un ritratto realistico delle nostre democrazie?
La tesi di Crouch non mi convince. Anche se la situazione fosse effettivamente come dipinta dal sociologo, rimane pur sempre il fatto che ogni forma di democrazia, ne sono convintissimo, è sempre e comunque lo specchio della società. Se critichiamo un politico e ciò nonostante egli continua ad averi voti e consenso, alla fine dobbiamo riconoscere che egli, come la classe dirigente cui appartiene, è espressione del paese. Da qui si parte, dalla legittimità conferita dal consenso.
Senza entrare nel merito dell’antiberlusconismo, vorrei dire che non condivido chi lo attacca o contesta con un senso di superiorità o pensando che il fenomeno Berlusconi esista solo perché c’è una massa di minus habentes che lo votano. Esiste perché la gente lo sceglie durante le elezioni, perché appunto rispecchia la società.
 
Il caso di Berlusconi rientra in un contesto più ampio: la tesi di Crouch riguarda le società occidentali nel loro complesso, e soprattutto il pericolo che lobby economiche possano distorcere i processi di decision making, distogliendone il focus dal bene della cittadinanza a quello di singoli o raggruppamenti d’interessi, e questo grazie a una complicità con la politica che, sempre secondo Crouch, si sarebbe rinsaldata soprattutto negli ultimi anni.
Ieri c’erano la massoneria la P2, c’è sempre stata questa presenza delle lobby ai vertici del potere. E in parte c’è ancora, ma non penso che oggi tale presenza sia così rilevante come nel passato. Non tutte le lobby poi sono qualcosa di negativo, ci sono anche le legittime lobby dei portatori d’interessi, delle associazioni e delle organizzazioni di rappresentanza.

Forse il problema è la trasparenza: a Washington, come a Bruxelles, le lobby sono ufficialmente accreditate, in modo che la difesa o promozione dei propri interessi avvenga il più possibile alla luce del sole. Difficile giudicare se questa sia la soluzione, sicuramente questo modus operandi facilita l’intervento anche di lobby non economiche, come quelle dell’associazionismo civico o delle Ong.
Si, la trasparenza del confronto fra politica e lobby è cruciale. Nell’odierno vuoto della politica può venire la tentazione di rivolgersi alle lobby invece che alle ideologie, ma un politico deve sempre proporre e portare avanti un disegno complessivo.

Un problema delle democrazie contemporanee è il calo degli elettori attivi, fra le principali cause della cosiddetta “crisi della politica”. L’associazionismo civico, al contrario, è in forte espansione, e rappresenta un modo di fare politica in cui si riconosce una parte non trascurabile dei cittadini. Che ruolo dovrebbe ricoprire la partecipazione diretta dei cittadini alla gestione della cosa pubblica?
Questo è un bellissimo tema. Io nella partecipazione ci ho sempre creduto, però mi è anche capitato, a volte, di disilludermi, scontrandomi con le difficoltà di suscitare una reale partecipazione da parte dei cittadini. Ad esempio, organizzi tantissime riunioni per la gestione del territorio, e a fatica riesci a coinvolgere le persone, poi invece fai la riunione sul singolo caso controverso, che si tratti di una nuova strada, di un insediamento sinti o della costruzione di un inceneritore, e lì la gente si mobilita e interviene. Eppure un cittadino dovrebbe essere sempre interessato alla cosa pubblica e alla sua comunità, non solo quando vengono sollevati dei “casi”. Se no cadiamo nella cosiddetta sindrome nimby, cioè “fatelo, ma non nel mio giardino”.
Un politico deve sempre promuovere la partecipazione, detto questo mi chiedo se in giro ci sia poi davvero tutta questa voglia di partecipare.

Secondo l’urbanista e filosofo Paul Virilio quello della modernità è il tempo dell’accelerazione, dello spaesamento e sradicamento. Oggi molte persone stanno riscoprendo il valore della lentezza, o comunque cercano di rivedere i loro ritmi di vita. Proprio Pavia è la sede di Vivere con lentezza, associazione culturale che riflette su questi temi. Pavia stessa è, soprattutto in confronto alla vicina Milano, una città “lenta”. La lentezza può essere un valore da considerare nell’amministrare una città?

Apprezzo il valore della lentezza, ma non riesco a metterlo in pratica, sono un iperattivo, non sto dieci minuti senza fare qualcosa. Pavia è una città lenta, ed è un valore. Milano, ci ho lavorato, è troppo veloce, vi incontri l’esasperazione della competizione e l’ossessione del lavoro. In generale non va mai bene essere assorbiti al cento per cento da un’unica cosa, ti impoverisce, l’iperspecializzazione ti rende anche più vulnerabile di fronte a un cambiamento esterno, perché reagisci con minor flessibilità, e il cambiamento, nella nostra esperienza, può avvenire in ogni momento.
Molti considerano Pavia una città a misura d’uomo, e questo è un valore. Evitando, però, che la lentezza diventi chiusura, provincialismo, incapacità di gettare lo sguardo oltre, paura del cambiamento o del diverso. C’è una sottile linea che divide le due cose.

La crisi economica ha mostrato le criticità di un modello di sviluppo in cui fino all’altro ieri si riponeva una fiducia quasi cieca. Cosa ci può insegnare la crisi riguardo alle forme che l’economia e il mercato dovrebbero assumere per il bene della collettività?

Gli analisti di borsa premiano un’azienda quotata quando riesce a crescere a ritmi vicini al venti per cento annuo: ciò non appartiene al buon senso, una società ha successo anche se riesce ad assestarsi mantenendo le sue quote di mercato, coltivando livelli di eccellenza, non è realistico pensare che ci sia costantemente un trend in ascesa. Forse bisognerebbe tornare all’economia del “bottegaio”: finché non hai i sold’in tasca non li spendi, devi avere un tasso d’indebitamento ragionevole. La finanza “virtuale” è molto lontana da quel tessuto produttivo su cui si basa il benessere dell’Italia. La crisi potrebbe essere l’occasione per rivisitare i nostri modelli economici, per tornare, con una battuta, all’economia “della massaia”. 
 
(Questa intervista verrà pubblicata sul numero 18 di Diogene, nelle librerie a partire da Marzo 2010)
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