Cieco e fotografo
Scritto da Peter Ecket
Ho iniziato l’attività di fotografo solo dopo esser divenuto completamente cieco; prima mi dedicavo alla scultura e al disegno industriale. Sono sempre stato una persona dallo spiccato senso visivo e avevo iniziato a studiare architettura all’Università di Yale quando venni a sapere di essere affetto da Retinitis Pigmentosa, una malattia incurabile.
La vista che si riduceva velocemente mi costrinse presto ad abbandonare il mio lavoro da carpentiere, diventato troppo pericoloso, e la passione per le moto Guzzi. Le mie più grandi preoccupazioni divennero allora quella di guadagnarmi da vivere e quella di proteggermi; perciò ottenni un MBA e la cintura nera nelle arti marziali. Inizialmente cercai lavoro in banca; il master tuttavia non mi aiutò molto, nessuno era disposto ad assumere un lavoratore destinato a diventare cieco. Mi trasferii con mia moglie a Sacramento, città molto adatta ai non-vedenti per la sua struttura piatta e regolare, e lì trovai un posto nella pubblica amministrazione, proprio nel settore dell’assistenza ai ciechi, ma mi resi presto conto di quanto la burocrazia, il sistema statale fosse più un impiccio che un aiuto per il disabile in generale; in California l’85% dei ciechi era disoccupato.
Decisi così di licenziarmi per dedicarmi a qualcosa di più divertente.
Presi un cane-guida per acquistare maggiore sicurezza, ripresi le arti marziali e l’arte, cimentandomi con l’incisione del legno.
Facevo solchi larghi e profondi che mi permettessero di sentire l’immagine e costringevo mia moglie a sedermi accanto per farmi dare dei suggerimenti durante tutto il tempo in cui incidevo. Era un lavoro lungo, così capii che lei sarebbe impazzita se non avessi trovato un mezzo più rapido per fare arte. Inoltre, sapevo che le incisioni su legno non mi avrebbero dato da vivere, pur essendo certo che l’arte per me non sarebbe stata solo un hobby.
Un giorno trovai per caso una vecchia macchina fotografica di mia suocera, una Kodak del 1950. Totalmente inesperto, chiesi a mia moglie di spiegarmene il funzionamento per poter utilizzare quella appena trovata. Iniziai a scattare, affascinato dall’idea di fotografare soggetti a me invisibili. Avevo trovato proprio quello strumento rapido che cercavo. Cominciai a frequentare studi fotografici, riempiendo di domande chi vi lavorava, ma non bastava; sentivo il bisogno di studiare fotografia. Dopo un fallito tentativo di usufruire presso la biblioteca statale di un malfunzionante sistema di lettura di testi per non-vedenti, decisi di arrangiarmi da me: comprai un computer e uno scanner parlante. Recuperai due antiche macchine fotografiche e presi ad effettuare delle uscite notturne con il mio cane, addestrato adesso anche a proteggere l’apparecchiatura fotografica da eventuali tentativi di furto. Scattavo foto come un turista che dal mondo del non-vedente cattura immagini destinate a essere viste.
Possiedo già in mente l’immagine che desidero ottenere; “vedo” ogni foto chiaramente, pur utilizzando soltanto tatto, udito e memoria. Per questo mi sento più un artista concettuale che un fotografo. La macchina fotografica è uno dei tanti strumenti con cui fare arte; trovo le mie foto simili ai disegni e alle sculture che facevo prima di divenire cieco, c’è un tratto unificante in tutte le mie creazioni artistiche.
Sto provando un nuovo sentiero come artista visivo non-vedente. Sono abituato a scattare e sviluppare le pellicole da me ma prima di procedere con le stampe definitive vaglio le reazioni, il giudizio della gente comune, ritenendo questo momento d’interazione tra non-vedente e vedente necessario per la mia arte. Desidero essere parte del mondo ed essere accettato.
Per me è molto importante stimolare nei vedenti la riflessione sulla cecità: cerco sempre di parlare con loro nelle gallerie per scoprire come vedono i miei lavori.
A volte c’è chi si rifiuta di credere che io sia non-vedente; rispondo dicendo semplicemente che sono una persona visiva. Solo non riesco a vedere.
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